domenica 13 maggio 2018

"Dal tuo terrazzo si vede casa mia" di Elvis Malaj

Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti Edizioni, 2017) è una raccolta di racconti che presenta più d’un motivo d’interesse. Il libro tocca il tema del contatto tra differenti culture (italiana e albanese in questo caso), ma lo fa mettendo al centro dell’attenzione i singoli individui. Lontani dalle tradizionali categorie del politicamente corretto o scorretto, come pure dalle bandiere della diversità o dell’identità, questi racconti, caratterizzati da uno stile rigoroso e da un linguaggio senza freni, ci offrono uno sguardo giovane sul mondo, lo sguardo di chi non ha visto una realtà trasformarsi in un’altra, ma l’ha già trovata così come oggi la conosciamo. La cultura di appartenenza ha il suo peso, com’è ovvio, ma è sempre inquadrata in qualcosa di più specifico e complesso: il carattere dei vari protagonisti. Attraverso un’indagine apparentemente di superficie, ma che sa cambiare registro lì dove ce n’è bisogno, l’autore ci offre così una galleria di personaggi che a volte riescono a parlarsi, a volte ci provano senza riuscirci, altre volte ancora ci rinunciano, rifugiandosi nel silenzio.

venerdì 15 dicembre 2017

"Atlante con figure" di Roberto Michilli

Atlante con figure (Edizioni Galaad, 2016) è un romanzo dal sapore antico, in cui la scrittura è strumento di ricomposizione e ricapitolazione. Strutturato come una narrazione unica, senza capitoli, il testo consta di fitti paragrafi disposti cronologicamente (dagli anni ’50 ai primi anni ’70), dove il ricordo si fa descrizione, e la descrizione si fa a sua volta pensiero. Sullo sfondo delle vicende di quei decenni (il boom economico, l’introduzione della penicillina, la morte di Kennedy, il primo trapianto di cuore), il protagonista ripercorre i momenti salienti della sua vita: l’infanzia, il gioco, la scuola, la scoperta della sessualità, dell’amore, della malattia, della morte, il mondo della politica e del lavoro, e lo fa avvalendosi di un vocabolario sterminato, ricco di termini desueti e nomi di oggetti e strumenti da lavoro ormai dimenticati. Ogni situazione si pone all’attenzione del lettore alla stregua di un rito di passaggio, con i suoi percorsi di crescita e i suoi margini di mistero, ed esemplari risultano in tal senso i paragrafi Il disco del cuore, dove il protagonista ricorda il turbamento provato nell’ascolto di un vinile contenente il solo battito cardiaco, e Atlante con figure, il paragrafo che dà il titolo al romanzo, in cui un vecchio atlante di seconda mano, nato per scatenare voli di fantasia verso luoghi lontani, diverrà monito d’incompletezza, di limite, d’inaccessibilità, a causa di una pagina strappata che celerà per sempre il nome del primo proprietario del libro. Semplice e sontuoso allo stesso tempo.

lunedì 3 luglio 2017

"Nilhotel" di Marco Triana

Nilhotel (Gilgamesh Editore, 2017) è un romanzo che, fin dalle prime pagine, fa venire in mente la celebre affermazione di Carl Gustav Jung: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita, e tu lo chiamerai destino”. Il testo, molto ben scritto, affronta infatti il tema della consapevolezza che l’essere umano ha delle scelte sbagliate che compie e della perseveranza rabbiosa, e quasi scientifica, con cui le porta avanti fino alle conseguenze più estreme. Un po’ come in certi romanzi di Milan Kundera, l’autore riduce la trama a una semplice traccia: un uomo, alla notizia del suicidio del cugino, si mette in viaggio per partecipare al funerale, durante il quale dovrà pronunciare un discorso in suo onore. Ma la narrazione altro non è che un pretesto per una serie di riflessioni che toccano gran parte dell’agire umano: dalla religione all’economia, dal lavoro alle relazioni umane, dalla scrittura alla sua riduzione a fabbrica seriale di storie; il tutto con un taglio trasversale che spiazzerà più d’un lettore. E man mano che il monologo scorre, emerge chiaro il panorama di annichilimento che lega tra loro i personaggi del testo: ognuno si è scelto un proprio abisso e, quasi si trattasse di un traguardo, ognuno sembra ansioso di raggiungerlo nel modo più sicuro possibile. Ben delineata anche la dicotomia maschile/femminile (in particolar modo quella madre/figlio) che fa da cornice all’intero romanzo.

lunedì 3 aprile 2017

"Fuori posto" di Stella Sacchini

La lettura di Fuori posto (Coazinzola Press, 2013) è un’esperienza assimilabile a una lunga soggettiva cinematografica. La narrazione altro non è che lo sguardo di una bambina ammalata sull’ambiente che, per un lungo periodo, è destinato a divenire la sua casa: l’ospedale. I suoi occhi ingenui e curiosi catturano immagini, situazioni e personaggi, che l’autrice, adeguando lessico e stile, ci restituisce riducendo al minimo l’interferenza del mondo degli adulti. Il linguaggio, la logica, le ripetizioni, gli abbagli, le paure, che accompagnano il lettore lungo i vari capitoli del romanzo, sembrano realmente usciti dalla mente di una bimba di nove anni e, a tale risultato, contribuisce senz’altro un editing conservativo che, pur limando accuratamente il testo, non lo priva – come avviene invece nella maggior parte dei romanzi contemporanei – delle parti meno scorrevoli e immediate. Interessante l’attenzione posta sull’ambiente ospedaliero, su quel complesso cioè di regole, tempi e consuetudini che, scandendo la vita quotidiana dell’ammalato, finiscono col configurarsi come un vero e proprio habitat. Un habitat talmente strutturato e, alla lunga, rassicurante, da far risultare poi traumatico il ritorno alla realtà.

mercoledì 28 dicembre 2016

"Eclissi" di Ezio Sinigaglia

Eclissi (Nutrimenti Editore, 2016) è un buon romanzo figlio di quelle vecchie (nel senso buono della parola) scuole di scrittura che, pur non rifiutando i tradizionali precetti della ripartizione della narrazione in scene, facevano della descrizione il proprio punto di forza. Totalmente disinteressato alle imperanti mode della prosa paratattica, l'autore ci presenta la vita di un anziano architetto che, per trovare una risposta alla domanda che lo affligge da sempre - domanda relativa alla scomparsa di una persona cara - si reca in una gelida e brulla isola del Nord Europa, dove, in occasione dell'equinozio di primavera, è attesa una breve ma totale eclissi di sole. Attraverso un sorvegliato uso del dialetto (per rievocare gli episodi del passato) e un originale impiego delle lingue italiana e inglese, rese approssimative dagli errori di pronuncia di personaggi non madrelingua, l'autore ci conduce in un'atmosfera di incertezza, la stessa che alberga nel cuore del protagonista, che a volte sembra avere la risposta tanto agognata a portata di mano, ma subito dopo, più o meno coscientemente, se ne allontana. E quando la risposta arriva, al lettore resta la sensazione che tutti gli argomenti, compresi quelli di più stretta attualità, possano assumere tutt'altro spessore se affrontati con un linguaggio libero dai cliché e dalle frasi fatte della comunicazione contemporanea.  

giovedì 26 maggio 2016

"È di vetro quest'aria" di Monica Pareschi

È di vetro quest'aria (Italic Pequod, 2014) è un'intensa e linguisticamente ricercata raccolta di racconti, le cui storie fanno venire in mente il modo in cui nella lingua inglese si designano i quadri di nature morte: vita ferma. Prima ancora dei nomi o delle tipologie caratteriali che li definiscono, i protagonisti di queste storie, il cui filo conduttore è la sessualità, sono infatti i corpi. E ogni corpo viene presentato in una dimensione di stallo, di immobilità, come in attesa di un pretesto che lo sblocchi, mettendo così in moto un drammatico meccanismo di istinti e pulsioni, che poi sarà impossibile controllare. Davvero molto bello, in tal senso, il racconto Una guerra da bambini. Originale anche il modo in cui l'autrice descrive le evoluzioni interiori dei vari personaggi, attingendo più alla sfera della conoscenza sensoriale che a quella della speculazione razionale, cosa che le permette di costruire scene incisive e tangibili, destinate a restare a lungo nella mente del lettore.

venerdì 11 dicembre 2015

"Fior della tua pianta" di Dario Gigante

Gran bel romanzo questo Fior della tua pianta (Arpeggio Libero, 2015), ambientato nella Trieste asburgica di fine Ottocento. In un clima segnato dai fervori irredentisti, che spingono per l’annessione della città al Regno d’Italia, un austero professore dà alle stampe il lavoro letterario di una vita; qualche anno dopo anche suo figlio pubblicherà il suo primo romanzo. Nessuno dei due, probabilmente, è un grande scrittore, ma i circoli letterari dell’epoca sono alla ricerca di parole nuove, che abbiano l’agilità e la leggerezza per star dietro ai tempi che cambiano. Così, l’aulico e pomposo libro del professore sarà ferocemente stroncato, mentre quello del giovane sarà accolto trionfalmente. Niente sarà più come prima. Una cupa relazione di invidia inizierà a macchiare il rapporto tra padre e figlio, un’invidia tanto più insidiosa perché mai dichiarata e, quindi, mai affrontata; e le conseguenze saranno devastanti per tutti. Grazie a una scrittura colta ed elegante, l’autore costruisce una storia in sapiente equilibrio tra romanzo storico e psicologico. Interessante anche l’utilizzo di elementi del linguaggio dell’epoca che, senza intaccare l’appartenenza del testo alla nostra contemporaneità, consentono un più profondo coinvolgimento del lettore.

mercoledì 24 giugno 2015

"Il giorno che diventammo umani" di Paolo Zardi

Il giorno che diventammo umani (Edizioni Neo, 2013) è un’interessante raccolta di racconti che, come nella tradizione delle pubblicazioni di questa casa editrice, spiazza il lettore fin dalle prime pagine con un linguaggio diretto e senza freni. Lungi dall’essere una trovata provocatoria o fine a se stessa, però, tale scelta stilistica si rivela funzionale all’esaltazione del pathos e della partecipazione emotiva con cui l’autore incolla il lettore alla pagina. Zardi lavora da antropologo. Stabilisce con questa disciplina lo stesso rapporto che, tanto per fare un esempio, lega la prosa di Daniele del Giudice alla filosofia: la sfiora quel tanto che basta per assimilarne metodo e finalità e poi la trasforma in narrazione. Dietro i personaggi, i comportamenti e gli stati d’animo descritti nei vari racconti se ne intravedono infatti un’infinità di altri, appartenenti a un passato recente o remoto, di cui quelli attuali diventano i naturali continuatori ed eredi. Così, di storia in storia, si tratteggia un invisibile e suggestivo filo rosso, rinviante non tanto alla memoria, quanto a quel quid che rende i nostri gesti, pensieri ed emozioni peculiari espressioni della specie a cui apparteniamo.

martedì 7 aprile 2015

"Grigio senza sfumature" di Luigi Mazzella

In Grigio senza sfumature (Avagliano Editore, 2014), l’espediente narrativo del Diario privato, poi rubato e dato furtivamente alle stampe, ci introduce nella vita di un uomo che ha trascorso l’esistenza a fare del male al prossimo. Si tratta di un docente universitario di economia, roso dai risentimenti e dall’invidia, abile nel manipolare le commissioni d’esame e nello stroncare le carriere altrui. Ai fini di un’ascesa rapida e prestigiosa ha calpestato ideali e persone, sfruttando l’adesione a movimenti politici e religiosi per ottenere protezione e privilegi. Animato da un feroce odio verso se stesso prima ancora che verso il mondo, è perennemente in vendita e disprezza coloro che si vendono per poco. L’improvvisa e misteriosa scomparsa di sua moglie, però, lo porterà, ormai in pensione, ad abbandonare l’Italia e l’idea di uno speciale “specchio” in cui potersi finalmente osservare, uno specchio di carta e inchiostro, inizierà a prendere forma. Il professore comporrà così il suo Diario e non lo farà per un bisogno di ripensare o emendare la propria vita, ma, al contrario, per l’esigenza di poterla finalmente definire con chiarezza, radicalizzandone quegli aspetti negativi ancora latenti. Nel declinare la sua personale galleria delle miserie umane, l’autore costruisce un profilo psicologico tutto d’un pezzo, senza sfumature appunto, che fa pensare più ai protagonisti di una pièce teatrale (dove la complessità dell’individuo viene stemperata per affermare la tipologia di un personaggio) che a quelli dei testi narrativi. E il risultato è un romanzo colto, solido e che ha il coraggio di entrare nel merito di molte verità.

domenica 5 ottobre 2014

"Sette soli" di Andrea Gaiardoni

Sette soli (Edizioni La Gru, 2012) è una buona prova narrativa che sfrutta l'impianto base del romanzo a incastro, sviluppandolo però in modo personale, lontano dagli schemi più abusati. Seguiamo le vite di sette protagonisti, sette persone fuori posto, che soffrono quella condizione perché qualcosa, nella vita di tutti i giorni, le ha rese fuori posto. Hanno perso la capacità di tenere sotto controllo il momento, di governarlo e devono faticosamente apprendere a recuperarla. Con una scrittura solida e sicura, l'autore non ci conduce sui consueti sentieri della decadenza, né ci offre facili soluzioni. Ciò che progressivamente affiora è piuttosto una ritrovata capacità di vedere, di distinguere, di individuare le traiettorie giuste per uscire dai vicoli ciechi e, forse, per rientrare in quello più ampio e complesso della vita.